Per secoli abbiamo pensato alla casa come a un contenitore, un luogo capace di accogliere tutte le funzioni fondamentali della vita quotidiana: cucinare, lavorare, riposare, ricevere ospiti, conservare oggetti e costruire relazioni.
La qualità dell’abitare veniva misurata soprattutto attraverso le caratteristiche dell’abitazione stessa: la superficie disponibile, il numero di stanze, la qualità dei materiali, la distribuzione degli spazi.
Oggi questa visione sembra sempre meno sufficiente.
La trasformazione non riguarda tanto la forma degli immobili, quanto il modo in cui le utilizziamo, sempre più attività che un tempo si svolgevano all’interno dell’abitazione sono state trasferite all’esterno o rese accessibili attraverso infrastrutture fisiche e digitali.
Lavoriamo in spazi condivisi, acquistiamo online, utilizziamo servizi di consegna, studiamo attraverso piattaforme digitali e trascorriamo una parte significativa del nostro tempo in luoghi che non appartengono alla sfera domestica tradizionale.
Per questo motivo la qualità di una casa dipende sempre meno da ciò che contiene e sempre più da ciò a cui è collegata.
Quanto conta cosa c’è fuori
Due appartamenti identici possono offrire esperienze di vita completamente diverse.
Un’abitazione inserita in un quartiere ben servito, con trasporti efficienti, servizi di prossimità, spazi pubblici di qualità e opportunità culturali accessibili risulta spesso più vivibile di una casa più grande, ma isolata.
In questo senso, il valore dell’abitare non è più definito soltanto dall’oggetto architettonico, ma dall’ecosistema che lo circonda.
È una prospettiva che porta a considerare la casa come una sorta di piattaforma.
Così come una piattaforma digitale trae valore dalle connessioni che rende possibili, anche l’abitazione contemporanea funziona sempre più come un nodo all’interno di una rete.
La vicinanza ai servizi, l’accessibilità, la qualità dello spazio pubblico e la presenza di infrastrutture efficienti incidono sulla vita quotidiana almeno quanto la disposizione degli ambienti interni.
Questo cambiamento mette in discussione molte categorie consolidate dell’architettura residenziale.
Per lungo tempo il progetto della casa è stato pensato come un esercizio di autosufficienza: ogni funzione doveva trovare posto all’interno dell’edificio. Oggi, invece, una parte crescente dell’abitare si svolge oltre la soglia domestica.
Il bar sotto casa può diventare un’estensione del soggiorno, il parco può sostituire il giardino privato, uno spazio di coworking può assolvere al ruolo che un tempo apparteneva allo studio domestico; così la città stessa entra a far parte dell’esperienza abitativa.
Naturalmente questo non significa che la casa abbia perso importanza.
Al contrario, significa che il suo significato si è ampliato. Non è più soltanto un rifugio, ma un punto di accesso a una rete di opportunità, servizi e relazioni.
Il dibattito contemporaneo sull’abitare
Forse uno dei limiti del dibattito contemporaneo sull’abitare è proprio quello di concentrarsi quasi esclusivamente sull’edificio. Si discute di dimensioni, materiali, tecnologie e prestazioni energetiche, aspetti certamente fondamentali, ma spesso si trascura il contesto che rende una casa realmente vivibile.
Progettare una buona abitazione oggi significa anche interrogarsi sul quartiere, sulla mobilità, sulla prossimità dei servizi e sulla qualità degli spazi collettivi, vuol dire riconoscere che l’esperienza dell’abitare non si esaurisce entro le mura domestiche.
La sfida dell’architettura contemporanea potrebbe allora essere quella di spostare lo sguardo dall’edificio al sistema, non soltanto quindi progettare case migliori, ma costruire condizioni migliori per abitare.
Perché la casa del XXI secolo non è più un’isola autosufficiente, bensì una parte di una rete complessa e la sua qualità dipende sempre più dalla qualità delle connessioni che riesce ad attivare.
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